Nel dibattito contemporaneo sul lavoro digitale, le metodologie Agile vengono spesso presentate come un insieme di pratiche tecniche, quasi neutre, da applicare più o meno fedelmente a seconda dei vincoli organizzativi. Eppure, dietro l’affermazione ricorrente «noi non facciamo Agile da manuale» si nasconde qualcosa di più profondo di una semplice deviazione procedurale: emerge un disagio simbolico, una tensione tra ciò che le organizzazioni dichiarano di essere e ciò che effettivamente fanno, tra ideali proclamati e pratiche quotidiane.
Questo testo parte da una domanda apparentemente banale ma sociologicamente rilevante: esiste davvero un “Agile da manuale”? E, soprattutto, su quali presupposti teorici – psicologici, organizzativi e morali – si fondano i modelli agili così come vengono adottati nel mondo del lavoro reale? L’ipotesi di fondo è che l’Agile non possa essere compreso né valutato esclusivamente come metodo di sviluppo software, ma vada analizzato come una vera e propria teoria di progettazione del lavoro, inscritta in un contesto economico e culturale segnato dall’utilitarismo, dalla ricerca del profitto a breve termine e da profonde trasformazioni della funzione psicologica del lavoro.
Attraverso il contributo della psicologia del lavoro e della sociologia delle organizzazioni, il testo propone una lettura critica dell’Agile: non per negarne il valore, ma per metterne in luce le ambiguità, i paradossi e le contraddizioni tra “teorie sposate” e “teorie in uso”. In questo senso, l’Agile diventa una lente privilegiata per osservare dinamiche più ampie: la motivazione dei lavoratori, la fragilizzazione soggettiva, la responsabilizzazione senza potere, e la progressiva erosione dei legami cooperativi nei contesti ad alta competitività. Non un atto d’accusa, dunque, ma un tentativo di comprendere perché, così spesso, l’Agile promesso non coincida con l’Agile vissuto.
Modelli a processo agile
- Extreme Programming;
- Sviluppo di Software Adattativo (ASD, Adaptive Software Development);
- Dynamic Systems Development Method;
- Scrum;
- Crystal;
- Feature Driven Development;
- Agile Modeling.
I metodi Agile come teorie di progettazione del lavoro
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varietà delle abilità: questa caratteristica viene migliorata con l'agile e con il principio secondo il quale tutti devono essere in grado di fare tutto;
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identificazione con i compiti: dipende dai responsabili, in alcuni casi è possibile con l'agile, in altri no;
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conoscenza del significato dei compiti: il principio della comunicazione stretta e del coinvolgimento del cliente favoriscono questa conoscenza;
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retroazione: avere dei cicli di sviluppo di breve durata permette di sapere come stanno andando le cose, quali funzionano e quali no.
Il profitto a breve termine e il primum vivere
La funzione psicologica del lavoro
L’utilitarismo
La nostra massima priorità è soddisfare il cliente rilasciando software di valore, fin da subito e in maniera continua.
Il paradosso di Easterlin
La principale spiegazione economica al «paradosso della felicità» è stata avanzata dall’economista americano Robert Frank e dall’inglese Richard Layard, i quali si soffermano sui meccanismi di competizione e di rivalità. Queste teorie affermano che il benessere che traggo dal mio reddito o consumo dipende soprattutto dal confronto tra il mio reddito e quello degli altri con cui mi confronto o competo. Il benessere che mi deriva dall’acquistare un’auto nuova, ad esempio, può essere inferiore se vedo il mio vicino acquistarne una più bella e più grande. Il «consumo vistoso» può generare una sorta di competizione posizionale, nella quale si è sempre impegnati a superare gli altri, o quantomeno a stare al loro passo. La competizione posizionale spiegherebbe perché all’aumentare del reddito la felicità non aumenta di pari passo: se insieme al mio reddito aumenta anche il reddito del vicino, allora sono punto e a capo.
Teorie sposate e teorie usate
Quando viene chiesto a qualcuno come si comporterebbe in una certa circostanza, la risposta che viene data di solito è la sua teoria d’azione sposata per quella situazione. Questa è la teoria d’azione che crea obbedienza e che, su richiesta, viene comunicata agli altri. Comunque, la teoria che governa le sue vere azioni è la teoria in uso. (Argyris e Schön 1974: 6-7)
I lavoratori inadeguati e fragili
Non sono i lavoratori a essere troppo “inadeguati”, fragili, da “curare”. È il lavoro e il modo in cui è organizzato che vanno curati. Un modo gretto, meschino che spinge un numero sempre crescente di colletti bianchi a sopportare un lavoro ni fait ni à faire. Molta capacità, molta voglia d'impegnarsi viene dispersa, le risorse psicologiche e sociali dei salariati vengono buttate via, le loro energie perdute all'interno di un'organizzazione che non sa cosa farsene.
Primo Levi e la spasmodica corsa alla competitività
In questa situazione la medicina riproduce i rapporti di produzione del lavoro industriale in cui Marx vedeva il pericolo dell'alienazione dell’uomo.
Nel suo libro Souffrance en France lo psicologo del lavoro Christophe Dejours traccia un quadro della pressione esercitata oggi sui rapporti nel mondo del lavoro in nome di quella spasmodica corsa alla competitività che l'economia neoliberista ha fatto prevalere come legge universale delle relazioni umane.
Gli individui vengono indotti a spezzare ogni legame cooperativo fra di loro, riproducendo quella stessa «banalità del male» che Hannah Arendt riconobbe e descrisse all'opera nella terribile macchina dello sterminio nazista. I carnefici dei fratelli non sono mostri o pervertiti patologici, ma sono in tutto e per tutto «brave persone», a volte addirittura i migliori. Essi vengono però addestrati a sopire ogni reazione alla vista della sofferenza altrui, spesso aiutati da richiami a forti odori, se non più etici e altisonanti (la purezza della razza) almeno di tipo aziendale. E sono inoltre continuamente sospinti da un lato dalla paura di perdere la propria posizione, economica e sociale, dall'altra di non mostrare il coraggio richiesto qualora non fossero abbastanza pronti a realizzare quella selezione naturale, che trova un appoggio teorico nell'adattamento della teoria darwiniana, e che Primo Levi, uno dei pochi rimasti a raccontarla, descrive come il meccanismo di Selektja che continuamente veniva operata nei campi di sterminio.
Con sommo sconforto Dejours osserva che l'odierna banalità del male pervade ormai tutto l’ambiente lavorativo, e che timi vengono resi abbastanza adatti a essere di volta in volta carnefici implacabili e poi vittime rassegnate.
Conclusioni
Le difficoltà riscontrate nell’adozione delle metodologie agili non possono essere comprese né risolte limitandosi al piano tecnico o procedurale. Esse affondano le proprie radici nelle dinamiche psicologiche e sociologiche che strutturano le organizzazioni del lavoro: nei rapporti di potere, nei sistemi di incentivi, nelle forme di controllo e nelle rappresentazioni simboliche del ruolo del lavoratore. In questo contesto, l’Agile rischia di rimanere una teoria “sposata”, evocata nel discorso ufficiale, ma sistematicamente contraddetta da pratiche organizzative che continuano a riprodurre logiche gerarchiche, utilitaristiche e di breve periodo.
Una trasformazione autentica non può consistere in una semplice applicazione “più corretta” dei framework agili, né in una rimozione totale della cultura organizzativa preesistente, operazione peraltro irrealistica. Al contrario, è necessario riconoscere l’inevitabile tensione tra modelli dichiarati e modelli effettivamente praticati, lavorando consapevolmente su un compromesso che tenga conto della storia dell’organizzazione, dei suoi vincoli economici e, soprattutto, della funzione psicologica del lavoro per chi lo svolge.
Solo affrontando esplicitamente queste contraddizioni, anziché attribuirne il fallimento a presunte inadeguatezze individuali, diventa possibile creare le condizioni per un miglioramento continuo reale, nel quale l’Agile non sia uno slogan legittimante, ma uno strumento al servizio di un lavoro più sensato, cooperativo e umanamente sostenibile.
Bibliografia
- I principi sottostanti al Manifesto Agile
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Yves Clot, “La funzione psicologica del lavoro”
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Dominique Méda “Società senza lavoro. Per una nuova filosofia dell'occupazione”
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Argentero, Cortese, Piccardo, “Psicologia del lavoro”
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Argyris, C., Schön, D.A. 1974. “Theory in Practice: Increasing Professional Effectiveness.” San Francisco: Jossey-Bass.
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Christophe Dejours, “L’ingranaggio siamo noi”, Mannucci Editore, 2000